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Nuova recensione di Cosfight su Myth Fan

Myth Fan, sito specializzato in anime e manga, cartoon e comics, ha pubblicato una nuova recensione del nostro volume Cosfight. Una recensione molto positiva, che potete leggere per intero QUI.


Ecco qualche estratto:

Cosfight non è solo una storia di combattimenti, fine del mondo e super poteri: è una storia con un nucleo più umano, con personaggi vivi, simili in tutto e per tutto a persone che potete aver incontrato o che potreste essere.
Attraverso un variegato numero di disegnatori dai diversi tratti, ma orchestrati sotto la guida di una trama costruita e sfaccettata, il lettore si trova immerso in un mondo conosciuto, dove nomi, luoghi e personaggi risultano familiari e conosciuti.
Non manca uno sferzante senso dell’umorismo che, alternandosi costantemente a momenti di tensione, mantiene quel tono di leggerezza e dinamicità che caratterizza tutto il volume.
Se siete alla ricerca di un volume divertente, dinamico e multiforme, Cosfight è ciò che state cercando.


Un po' di link utili:
Facebook/Cyrano
Facebook/Cosfight

SKYROCKET, recensione di Nebbioso

Fantaproduzione nostrana
di Enrico Martini

SKYROCKET 1
Autore: Flavia Mormile (testi e disegni)
Formato: 32 pagine, b/n, spillato, 17x25, 3,50 €
Editore: Autoproduzione

Si comincia a parlare prepotentemente di Lucca Comics 2015 che ancora stiamo smaltendo il carico di acquisti del 2014. Ecco quindi dalla Self Area un'autoproduzione in collaborazione con Manfont, realtà che ha presentato titoli di notevole interesse come Esso, Agenzia Investigativa Carlo Lorenzini e Magnifico: stiamo parlando di Skyrocket, scritto e disegnato da Flavia Mormile.

Il volume è uno spillato di 32 pagine in bianco e nero su cui spicca una cover a colori di notevole impatto visivo, molto probabilmente principale "responsabile" della vendita di molti volumi di Skyrocket nel marasma della manifestazione toscana.

Siamo in un futuro in cui le forme di propulsione alternative stanno venendo incontro ai fabbisogni della popolazione terrestre. In questo mondo ipertecnologico si muovono i Riders, piloti di  macchine tanto rivoluzionarie quanto di limitato impiego, avendo la possibilità di spostarsi solo in determinate condizioni. Prime City, la capitale della Terra, la città dove abita Kidan, la nostra protagonista, è una di queste metropoli fortunate, tanto che vi sorge una Accademia di Pilotaggio Riders. 
Flavia Mormile è molto brava a introdurre un mondo complesso come quello fantascientifico e lo fa sfruttando la radio della città, che intervista un rider e spiega i problemi della categoria. Subito dopo scopriamo Kidan, il suo essere incredibilmente trash ma con classe, il suo talento nella sincronizzazione col suo axis e, infine, il suo sogno di costruirsi un engine rider tutto suo. Banie, sua amica e padrona di un'officina, le affida quello che pare un catorcio e...

Questo primo numero è poco più che un'introduzione e le pagine di fumetto reale sono poco più di venti. Il disegno è originale, pulito e ben curato e trova il suo punto di forza negli scenari cyberpunk e nelle ambientazioni molto curate, ma perde un po' in quanto, probabilmente il fumetto era stato pensato a colori. Il bianco è quindi molto presente e i disegni tendono ad apparire "schiacciati" in questo riverbero candido. Una colorazione, come quella preannunciata nella cover avrebbe dato completezza a questo già buon fumetto: chissà che la collaborazione con Manfont non possa dare questa spinta in più.

Punti a favore: la raccolta di sketch finali, che aiuta ad approfondire rapporti e personaggi, le cui individualità emergono dalla grande espressività che li fanno quasi uscire dalla tavola.
Punti a sfavore: qualche refuso qua e là, comunque nulla di ingombrante.

Nel complesso un buon lavoro che suggerisce rimandi altisonanti come il Masamune Shirow in Orion, per esempio. "La storia è appena cominciata", come dice alla fine dell'albo Duckie, nome di battaglia dell'autrice e, viste le premesse, c'è di che essere fiduciosi. Fortemente onsigliato agli amanti della fantascienza alla Nathan Never quanto dei manga come Air Gear.

Recensione: Jupiter – Il destino dell'universo

di Marco Triolo 

I fratelli Wachowski sono responsabili di uno degli ultimi cult assoluti della fantascienza americana. Non fraintendete, il mio non vuole essere un banale discorso tipo “non si fanno più i film di una volta”, ma è innegabile che Matrix sia l'ultima icona riconoscibile di un genere che, negli ultimi anni, è tornato alla ribalta con film di sicuro valore (District 9, Moon, Automata, solo per citarne alcuni), ma comunque piccoli. Quella di Matrix è l'ultima saga originale ad essersi stampata nella memoria collettiva, indipendentemente dalla riuscita dei sequel.

Per questo, quando i capoccia della Warner Bros. hanno deciso di voler imbastire un nuovo franchise originale, dunque non tratto da alcun libro, fumetto, videogioco o quant'altro, che fosse in grado di battere cassa facendo presa sui fan delle moderne saghe young adult, hanno avvicinato proprio i Wachowski. La loro capacità di immaginare universi ambiziosi e interessanti si è confermata nel recente Cloud Atlas, e lo studio voleva proprio sfruttare questa vena creativa.

I Wachowski hanno dunque fatto quello che sanno fare meglio: ripescare vecchie idee, rimescolarle e modellare da esse qualcosa che apparisse originale. Dopo tutto, lo hanno fatto anche con Matrix, che risultava completamente nuovo pur essendo costruito con elementi “rubati” a destra e a manca, una specie di mostro di Frankenstein cinematografico. Come Matrix era una combinazione di elementi mutuati dai film di arti marziali, dal noir di Hong Kong alla John Woo e dalla saga di Terminator, così Jupiter – Il destino dell'universo è un pastone di narrativa fantasy/fantascientifica del Novecento, da Flash Gordon a Star Wars. Una vera e propria telenovela spaziale in cui gli intrighi di palazzo hanno lo stesso peso delle sequenze di effetti speciali. Eppure, nonostante l'impegno profuso, siamo ben distanti da Matrix. Dunque, che cosa è andato storto?

È semplice: nel cinema di genere non è importante essere originali a tutti i costi, quanto saper mescolare bene idee già viste. Lo diceva anche Picasso: “Il mediocre copia, il genio ruba”. Non conta, dunque, COSA si racconta ma COME lo si racconta. E proprio qui casca l'asino: se Matrix era infarcito da cima a fondo di concetti strabilianti e personaggi carismatici, a Jupiter manca molto di tutto questo. C'è una sola idea buona di fondo, che richiama apertamente Matrix: quella degli esseri umani letteralmente “allevati” come bestiame da sacrificare per creare il siero dell'eterna giovinezza grazie a cui gli alieni (umani come noi, in realtà) continuano a dominare l'universo da millenni. I costumi e le scenografie sono visivamente straordinari, ma a volte troppo elaborati e “digitali” per emozionare. Il grosso problema è che molti degli sfondi sono esattamente questo: sfondi, senza alcuna parvenza tridimensionale (nonostante il 3D). Peggio ancora: gli oggetti realizzati al computer, che siano armi, persone o gigantesche astronavi, non hanno alcun peso e non ingannano la percezione dello spettatore, che capisce subito di trovarsi davanti a degli elaboratissimi pixel. Per il resto, il film è un susseguirsi di scene d'azione incredibilmente confuse, per essere girate dagli autori di Matrix, e personaggi piatti e dimenticabili. E se Channing Tatum ce la mette tutta nei panni del guerriero/licantropo Caine Wise, Mila Kunis risulta quasi disorientata in mezzo a tanto fasto visivo decadente.

Manca, in definitiva, quel qualcosa in più, il collante speciale capace di rendere fresco ciò che è invece precotto. I Wachowski c'erano riusciti egregiamente in passato, ma forse hanno perso la mano. Di certo, il pubblico americano se n'è accorto: con un budget ufficiale di 175 milioni di dollari (in realtà è costato molto di più), ne ha incassati in patria solo 23. Una cosa è certa: i capitoli successivi non li vedremo mai.

Recensione: Birdman

di Federico Chiavegato




Birdman è un film strano e bellissimo. Parte in maniera inaspettata e prosegue cervellotico, ininterrotto e brillante: impossibile distogliere l'attenzione.
La trama l'avrete letta ovunque, ma mi piace sintetizzare: le giornate di un attore in declino, che in passato ha interpretato solo un famoso supereroe (ehi), e che cerca di portare un mattone intellettuale a teatro, per rilanciarsi, tra crisi personali, personaggi assurdi, dialoghi infiammati e tanta, tanta confusione: noi siamo nella sua testa. Tutto viaggia tra la verosimiltà e l'assurdità del mondo dello spettacolo (come se non bastasse), mischiate agli evidenti problemi psichici e alla fervida fantasia del povero protagonista. Si sente uno sfigato, è uno sfigato, mentre il vero supereroe che è in lui è un duro e cerca di uscire in ogni momento. Ha la fobia di essere sottovalutato e dimenticato (ed è così) e confonde i rapporti personali con la fama e l'ammirazione, cerca di mandare avanti lo spettacolo e tutto sembra remargli contro. Noi vediamo tutto, assistiamo ad ogni momento, compresi quelli che non esistono. Questi passaggi e questi stati d'animo sono tutti ben evidenti da ogni elemento del film, a cominciare dai dialoghi di una sceneggiatura che è perfetta. Il film inoltre è (con qualche trucco) un lunghissimo piano sequenza e non mancano diversi effetti speciali a riprodurre le fantasie assurde del povero attore (comprese alcune scene che potrebbero richiamare la nostra passione fumettistica, in fondo tutto parte da un supereroe!).
La regia e la scrittura sono perfette. Il cast è: un confuso ed intenso Michael Keaton, Edward Norton fantastico ed energico comprimario, e poi Emma Stone, Zach Galifianakis e Naomi Watts a completare con bravura e ottimo tempismo nelle scene.
Straconsigliato, e personalmente spero di vederlo vincitore ai prossimi Oscar!

Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate





Recensione di Gabriele Bagnoli 

Premessa 1: qua trovate le recensioni di Un viaggio inaspettato e La desolazione di Smaug.
Da quando ho scritto quelle recensioni a caldo, ho avuto modo di vedere più volte i primi due film, e sono giunto alla riflessiva conclusione che:
-Un viaggio inaspettato ha l'inizio TROPPO lento e fatica veramente a partire. Dopo Granburrone ingrana, ma il peso della prima ora e mezza si sente, ed è difficile godersi appieno la metà più riuscita. I minuti aggiunti nella extended non sono troppo incisivi.
-La desolazione di Smaug invece è un film riuscitissimo, che è veramente completo nella sua versione estesa. La pellicola ha un ritmo pazzesco dall'inizio alla fine, e le scene indecentemente tagliate al cinema arricchiscono tutte le parti che erano sembrate troppo frettolose (come la casa di Beorn e Bosco Atro, per citarne due)


Premessa 2: anche questo capitolo della trilogia l'ho visto all'Arcadia di Melzo (quindi, su uno schermo di quasi mezzo chilometro quadrato e suono THX) in HFR 3D, cioè a 48 fps.
Tornando a noi.
La Battaglia delle Cinque Armate (o, come la conoscevamo tutti fino all'anno scorso, La Battaglia dei Cinque Eserciti) è la prima battaglia descritta da Tolkien nel mondo della Terra-di-Mezzo..
Ma è proprio una roba spicciola, perchè è raccontata alla fine de Lo Hobbit, Lo Hobbit è un libro per bambini, e questi bambini non vogliono leggersi 65 pagine di battaglia, poichè avranno tutta la vita per leggere la battaglia del Fosso di Helm o l'assedio di Minas Tirith.
In poche parole scrive 

“Così cominciò una battaglia che nessuno si era aspettato; e fu chiamata Battaglia dei Cinque Eserciti. E fu tremenda. Da un lato c'erano gli Orchi e i lupi selvaggi, dall'altro c'erano Elfi, Uomini e Nani”.
Poi Tolkien spiega perchè questa gente sia arrivata più o meno casualmente ai piedi della Montagna e in poco meno di quattro pagine si conclude.
La prima cosa che mi verrebbe da chiedere alle persone che hanno visto il film è se hanno capito chi erano le Cinque Armate. Uscendo dal cinema sono certo di aver sentito diverse ipotesi
-“uomini-elfi-nani-troll-orchi”
-“elfi-nani-orchi-pipistrelli-aquile”
-“uomini-elfi-nani-orchi-Legolas”
-“uomini, elfi, nani, orchi, tutti contro Peter Jackson” 
-“Azog che sul ghiaccio sceglie l'arma sbagliata cercando distruggere il set, e tutti gli altri quattro eserciti che cercano di fermarlo”
Ma di tutto questo a Peter Jackson non gliene frega nulla.
In questi giorni me lo immagino nella sua casetta in Nuova Zelanda, disteso sul divano coi piedi scalzi appoggiati a un tavolino, con l'immancabile tazza di tè fumante e gli occhialini 3D, che ride spassosamente continuando a guardarsi il film.
Ma ride di gusto, in modo sincero.
Si, perchè finalmente ha trovato il coraggio di fare un film come voleva lui.
Ha girato cinque film sulla Terra-di-Mezzo in cui è sceso a compromessi, cercando di non deludere i lettori di Tolkien, gli amanti del cinema, i suoi fan, la critica, e nella prima trilogia c'era anche riuscito bene eh, visti che capolavori che ne sono usciti.
Però questa volta è riuscito in qualche modo a fregare i suoi produttori (quindi, in parte è riuscito a fregare anche se stesso), e li ha convinti a fare tre film anziché due, così si teneva il suo film bonus.
Per chi non l'avesse ancora capito: La Battaglia delle Cinque Armate è una lunga, bellissima e spettacolare sequenza di...battaglia, appunto.
Tutto qui.
E può essere una buonissima cosa o una pessima cosa, dipende dal vostro punto di vista.
Molta gente uscirà dal cinema annoiata e vorrà indietro i soldi del biglietto, altri si divertiranno un mondo e ne saranno entusiasti.
Ma andiamo con ordine.
Nella prima mezz'ora Jackson chiude bruscamente un paio di questioni che avrebbero potuto rovinargli la festa, e mette la parola fine praticamente a tutto quello che aveva costruito nei film precedenti.
Il film si apre con quello che è riuscito meglio in questa trilogia: Smaug. Il sentimento che si prova guardando questa scena è il fortissimo desiderio che Pontelagolungo non bruci mai, ma non per salvare quei miseri esseri umani che la abitano, anzi: in quel momento avrei estinto l'intero regno degli Uomini solo per vedere Smaug il Terribile devastare ancora un po' il mondo.
Purtroppo Bard non decapita accidentalmente suo figlio improvvisando un arco, e tutto finisce abbastanza presto, addirittura prima del titolo del film.
Qualcuno in sala si è lamentato che Smaug fosse nella locandina del film in modo ingannevole, ma va bè.
Un altra fastidiosa questione da risolvere era Dol Guldur: è da due film che siamo assillati da questo oscuro potere che incombe sul mondo (leggasi: è due film che ci rombe le balle con 'sta storia), ed eravamo tutti in trepida attesa di vedere il Bianco Consiglio muovere guerra alla roccaforte del Negromante, scacciandolo dalla sua tenebrosa dimora.
Invece arriva solo Galadriel, ma probabilmente stava già poco bene prima, visto che un calo di pressione fortissimo le prosciuga le forze. Forse si era alzata troppo in fretta.
Per fortuna fa in tempo a trovare un asse di legno su cui spostare Gandalf da lì, per portarlo in braccio fino a Lothlòrien che dista solo ventordicimila chilometri.
Aspetta, ci sono anche Elrond e Saruman, quest'ultimo particolarmente arzillo! C'è anche Radagast, che però deve solo portare in salvo Gandalf.
Insomma, la guerra del Bianco Consiglio a Dol Guldur consiste in Saruman e Elrond che combattono da soli lo spirito di Sauron e dei Nove, mentre gli altri arrivano già infortunati. Mi rallegra sempre pensare che queste sagge entità guidino il destino di tutta la Terra-di-Mezzo.
Poi Galadriel si ripiglia ed esce dal pozzo di The Ring (che nessuno sapeva essere un prequel di questo film, ma il nome lasciava effettivamente intuire che avesse trovato in quel pozzo l'Anello elfico) e scaccia Sauron in un battito di ciglia.
E mentre tutti sono ancora attoniti per aver visto Galadriel in quelle condizioni, la questione di Dol Guldur è già bella che conclusa. Torniamo alle faccende serie. Torniamo alla Montagna.
Si temporeggia con i preparativi alla guerra, le pedine si muovono, Bilbo cerca di barattare l'Archengemma in una scena di dialogo molto riuscita (dialoghi abbastanza fedeli al libro, ma và?) mentre Gandalf cerca di avvisare tutti che sta arrivando un esercito di Orchi.
Purtroppo Gandalf coi sovrani della Terra-di-Mezzo si porta dietro questa credibilità pari a un sacchetto di patate, e come al solito nessuno gli dà ascolto.
Gli eserciti iniziano a radunarsi, e in men che non si dice inizia la battaglia.
Avete presente quelle riprese aeree con migliaia di persone, magari con l'esercito schierato, che si vedono nei film fantasy o di guerra? Quelle riprese che ne fanno una o due a pellicola, sia per risparmiare, sia perchè non è facile spostare fiumane umane da una parte e all'altra del paesaggio.
Bè, Peter Jackson lo fa.
E' come con le inquadrature su Smaug, del quale non ha mai nascosto niente, questa battaglia è lo stesso.
Ora, nella mia testa ho solo vaghi ricordi di quello che è successo: per un'ora continuavano ad arrivare eserciti, e si sono ammazzati tra loro Nani, Elfi, Uomini, Orchi, Arieti, Pipistrelli, Aquile, Troll in un turbinio di immagini spettacolari.
Ho un vago ricordo di Legolas che si appende a un pipistrello, cavalca un Troll, e giurerei di averlo visto in un flashback giocare a God of War.
Ricordo un Troll che con un angolo di mattoni in testa sfonda un muro e poi sviene, ma ricordo anche un sacco di altri Troll con le facce più disparate.
In tutto questo le rovine di Dale sono sempre affollatissime di gente, non puoi svoltare un angolo senza trovare qualche nemico da caricare (a piedi, o su un carretto).
Quelle stradine mi hanno ricordato molto una famosa città toscana.
Credo di aver visto dei vermi giganteschi aprire buchi nelle colline, ma non sono mica tanto sicuro, forse me li sono sognati.
Mi ricordo che ad un certo punto arriva Dain (doppiato abbastanza da cani) in groppa a un maiale, e migliaia di Nani si mettono in una formazione di una figata assurda.
Poi questi fighissimi Nani a testuggine sono saltati via dagli Elfi tipo 3000 siepi.
Bilbo sceglie delle pietre appuntitissime e mira con precisione millimetrica i punti deboli degli Orchi, che cadono inesorabilmente sotto la sua pioggia di sassi.
Poi la partita sembra conclusa, e invece arriva un altro esercito, e sono di nuovo botte.
Al culmine della guerra ci spostiamo su un paio di scontri individuali, che ti fanno dimenticare un po' il resto.
Fili è il primo che muore, ma tanto non se lo caga nessuno. Solo Kili si arrabbia un po', ma tanto muore subito anche lui. Per fortuna Fili è anche parente di Thorin, ma tutti sanno che nella storia originale Thorin fa una brutta fine. Il morale della favola è che alla fine nessuno si ricorda del povero Fili, il cui cadavere è probabilmente stato mangiato da quei vermi giganti scavabuchi. No, aspetta, quelli dicevo di essermeli sognati. Facciamo che è stato mangiato da un ariete, capitato nella battaglia dal nulla.


Comunque, ci eravamo concentrati così tanto sui combattimenti dei campioni che della battaglia vera e proprio ce ne eravamo dimenticati, e quando guardiamo giù da Collecorvo ci accorgiamo che è finita.
Questo è servito a ricordare al pubblico che non sempre gli scontri finiscono con l'arrivo dell'alba, la distruzione di una diga, la comparsa di eserciti di morti, o la distruzione dell'Unico Anello.
Anche se effettivamente anche questo giro le Aquile hanno dato un bell'aiutino.
Poi però Peter Jackson, dopo aver fatto di testa sua per un intero film senza guardare in faccia nessuno e senza badare a minuzie come trame e dialoghi, sceglie il modo peggiore per accontentare i “fan”.
Così ha dichiarato Philippa Boyens (fonte) “la conclusione è stata drasticamente ridotta, perchè non volevamo i finali multipli di cui siamo stati accusati nel Signore degli Anelli.”
Quindi, il finale NON C'E'.
Finita la battaglia, stando a quello visto al cinema, si presuppone che: i poveri abitanti di Pontelagolungo continueranno a vivere sulle sponde del lago nelle tende di stracci, e fu così che nacquero gli zingari; i Nani, senza un capo, probabilmente si ammazzeranno tra loro per l'oro nella montagna; Thranduil si getterà nella mischia per recuperare le gemme a cui teneva tanto; Thorin e Kili rimarranno insepolti, mentre Fili finirà di decomporsi dentro lo stomaco dell'ariete.
Finita la battaglia Bilbo prende e se ne va diretto a Casa Baggings, ciao.
PERO' nella versione extended ci ci saranno i funerali, l'incoronazione di Dain, il destino di Bard, Thranduil che ottiene le gemme, Bilbo che recupera il forziere dalla tana dei Troll, e pare che verrà anche smentita la teoria degli arieti che piovono dal cielo. Anche il povero Beorn, che al cinema ha avuto solo il ruolo di “bomba nucleare sganciata sull'esercito di Orchi” avrà più spazio.
Poi eh, io sono sempre stato un pro extended, e le versione tagliate di entrambe le trilogie credo di averle viste solamente al cinema, però un finale così è fin troppo brusco.
Inoltre, Jackson aveva a disposizione un film intero con cui collegarsi alla compagnia dell'Anello, e il massimo che è riuscito a fare è stato il dialogo tra Thranduil e Legolas su Aragorn, del quale nessuno ha capito molto il senso.
Ma anche qui bisogna aspettare la extended per dare un giudizio, perchè una mezz'ora extra su un film da due ore non è poco.
Comunque, oh, il film a me è piaciuto.
E' solo un “finale” particolarmente lungo, che ha un titolo tutto suo.
Se vi annoiano le battaglie, questa potrebbe sorprendervi, perchè è uno scontro pieno di scene spettacolari e botte e eserciti in movimento e assalti furiosi.
Non vedrete solo guerrieri che incrociano le loro spade circondati da una manciata di comparse: vedrete un enorme campo di battaglia in movimento e avrete la tentazione di fermare l'immagine su ogni singolo frame per spalancare la bocca aperta davanti a un colossale e magnifico uso di CG.
Se invece guardando un film storcete il naso alle più piccole incongruenze urlando “seeee impossibile!!” o se sperate ancora che questa sia una trasposizione fedele del libro, ne uscirete schifati.
Ma se guardate bene, il libro è ancora là in libreria e nessuno ve l'ha toccato.
E per finire, se siete ancora indecisi sul giudizio del film provate a chiedervi “ma io, una battaglia così, l'avevo mai vista in un cinema?”

FERAL CHILDREN


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Un'autoproduzione con i fiocchi!
di Enrico Martini
 
Autori: Anna Ferrari, Flavia Biondi, Lorenza De Luca e Ivan Lodi (testi e disegni)
Formato: 130 pagine, b/n, brossurato, 18x27,5, 10 €
Editore: Manticora Autoproduzioni
A volte capita di "fidarsi" di un progetto e di prenderlo a scatola chiusa. A noi è successo con Feral Children di Manticora. Ma non ci piace parlare di amore a prima vista, almeno non stavolta, perché questo volume convince fin dalla copertina, quantomai azzeccata e accattivante.
All'interno di questa autoproduzione troviamo quattro storie con un tema unico: i bambini selvaggi (i "feral children", appunto). Gli stili di disegno sono tra i più diversi ma questo non rappresenta un punto debole, bensì una peculiarità che caratterizza e rafforza il volume: accanto ai disegni cartoonistici di Ivan Lodi, alle prese in "Zanne e piume" con una storia ironica e cinica al contempo sugli equilibri della natura, abbiamo "Shahla" di Flavia Biondi, forse l'episodio meglio costruito, che affianca alla tematica dei bimbi sperduti una componente magico-arcaica che tiene incollati fino all'ultima pagina del racconto, dando una spinta inerziale notevole per la lettura degli altri episodi: "Oxana" di Anna Ferrari, in cui si passa a un approccio più grafico e decisamente originale che si abbina a una storia decisamente cruda e realistica; e "Homo Homini Lupus", di Lorenza De Luca, una storia più classica, sia per il modo in cui viene affrontata che per il contesto storico e, per quanto piacevole e ben costruita, forse perde un po' il confronto rispetto agli altri episodi.

Un bel volume, con neri pieni e carta piacevole: anche questi dettagli contribuiscono a fare di Feral Children un ottimo fumetto indipendente, che si chiude con una serie di illustrazioni sempre in tema, tra cui sono da segnalare quelle di Veronica Carratello e Giulio Macaione. Se proprio dobbiamo trovare un difetto, forse avremmo scelto una copertina plastificata, visto che, da Lucca Comics ad oggi, quella dell'albo si è già un po' rovinata.
Insomma, bravi i tipi di Manticora, di cui trovate i recapiti di ogni autore in fondo al proprio lavoro. Se le autoproduzioni fossero tutte così...

Recensione The Amazing Spider-Man 2


Eccoci qui con una sorpresa per voi!

Apriamo il nostro post con una novità: l'apertura di una rubrica di recensioni di film, fumetti e tutto quello che è nostro (e vostro) principale interesse.
E allora senza indugi, partiamo subito con una recensione del nostro Jacopo Bissoli (autore e curatore del volume E-Heroes) su The Amazing Spider-Man 2, le sue aspettative, la visione in blu-ray e molto altro!
 
The Amazing Spider-Man 2 

Blu-Ray

Parlando del Blu-Ray, la qualità video è ottima, i colori sono molto accesi e vivi, vedere Spidey volteggiare tra i grattaceli o piroettare durante le incredibili battaglie contro Electro in HD è un’esperienza fantastica.
I contenuti extra sono un po’ i classici commenti con regista e via dicendo, ma degne di nota sono alcune scene tagliate che aiutano la comprensione dei nodi cruciali del film e fanno agire un attimo in più certi personaggi secondari. Non capisco perché, in montaggio, abbiano tagliato alcune scene piuttosto interessanti a beneficio di altre.

Il Film

Su questo film, se devo essere sincero, avevo un mucchio di aspettative e sono state in parte deluse. Il film si compone di alcune scene epiche, ma anche di altre a mio avviso inutili; scene lunghissime che potevano durare la metà, non aggiungendo nulla alla trama, momenti di vuoto, sequenze smielate da soap (forse fin troppo miele), episodi molto comici e scene d'azione, che sono DAVVERO AMAZING, ma davvero poche… e qualche buco di trama qua e là, ma trascurabile.
Nello specifico, la storia d'amore prende molta parte della trama, ma in fin dei conti si può giustificare... no? Chi l'ha visto sa perché (*SEZIONE SPOILER in basso), e la cosa effettivamente rispecchia le storie a fumetti. Peter è diviso e incapace di vivere appieno il suo rapporto con Gwen: la ama e proprio per questo la teme costantemente in pericolo. Che fare? Appunto, qui si ripresentano i cliché dei Marvel comics, quelle tormentate vicende d'amore che caratterizzano proprio il nostro Spidey e forse, proprio per questo motivo, il film non piacerà a tutti.
La comicità del film è alta sin dai primi minuti, Webb ci regala uno Spidey potrei dire perfetto, comico come le sue avventure su carta e in molte scene è proprio l'umorismo a fare da padrone. Tuttavia avrei apprezzato maggiori occasioni con Spidey in azione, dato che il protagonista principale in questo film sembrerebbe di più il Peter Parker neo-diplomato, amante-tormentato, figlio-abbandonato rispetto al Peter/Spider-Man super eroe vero e proprio.
Colonna sonora davvero diversa dalle solite, sicuramente prenderà molto anche voi, specialmente durante la battaglia finale in cui Electro si diverte a fare il DJ (con ottimi risultati, aggiungerei).
I nemici (escluso Electro-> Che m'è piaciuto molto) non sono stati ben caratterizzati, ma credo, e spero, che sia stato fatto apposta, dato che sicuramente verranno ripresi nel sequel, in cui probabilmente avranno più tempo per essere approfonditi.





*SEZIONE SPOILER:

Ci siamo: lei cade, lui si lancia, ha salvato un sacco di persone, salverà anche lei, o no? 
Conoscevo la storia a fumetti, ma mi sono ritrovato a sperare che quella ragnatela raggiungesse Gwen e la portasse in salvo! Ho trattenuto il respiro fino allo...SNAP! 
CHE-SCENA!! (molto cruda sì, ma spettacolare).
Mi ha emozionato tantissimo, anche adesso vedo il viso di Gwen mentre cade! Nonostante fossi preparato all'evento, il momento è stato forte e mi ha fatto giustificare tutte le sdolcinatezze del film. Complimenti a Webb per aver reso giustizia a una delle scene più celebri e importanti delle avventure dell'arrampicamuri, della storia di Spider-Man!


Monografici Cyrano Comics: recensioni da blog e forum del settore


Dite la verità: non avete ancora tutti-ma-proprio-tutti i fumetti firmati Cyrano Comics, e non sapete da dove cominciare per completare la vostra collezione?

Vi diamo una mano noi!

Durante questi anni, in cui abbiamo dato alla luce numeri e numeri del nostro trimestrale Comics Factory e tanti nuovi monografici, abbiamo avuto il piacere di vederli recensiti da vari bravi blogger e in diversi forum di tutto rispetto.

Queste recensioni, per noi sempre preziose e illuminanti, ora possono tornare utili anche a chi ancora non ha avuto modo di conoscere le nostre pubblicazioni. E anche a chi preferisce informarsi un po' prima di acquistare o decidere se quel fumetto può essere di suo interesse :)

Iniziamo ricitando con piacere la video-recensione di Caverna di Platone dedicata ad Ars Regia ed Hell's Bells:


Ed ecco forum di riferimento (fateci una girata!) dove potete trovare recensioni di Noêin, Vicky AcidoAcida, T-short, It's Fantastic e del trimestrale Comics Factory:

Manga Forever:


Nuvole Parlanti:


AnimeClick:


Komixjam:

Pianeta Fumetto:

Comics Blog:

Ce ne è per tutti i gusti e tutti gli stili, che dite? Esattamente come per tutti i gusti e tutti gli stili sono i nostri fumetti. Buona lettura e... per ordinare i nostri fumetti, ordinateceli direttamente qui: cyranocomics@email.it

Ciao!

Recensione di Hell's Bells di Comicus



Siete ancora indecisi se acquistare o meno il nostro fantasmagorico volume tutto dedicato ai Cavalieri di Atena?
Provate a leggere questa approfondita recensione fatta dagli amici di Comicus, potrebbe schiarirvi le idee!

Se non sapete come recuperarlo leggete il consiglio che chiude questa bella recensione: "Trovarlo non è difficile, basta seguire il cosmo".
Ma se il cosmo è ancora sopito dentro di voi e non siete ancora in grado di disintegrare montagne o invertire cascate non preoccupatevi, basta mandarci una mail per riceverlo direttamente a casa! (però lavorateci sul cosmo, eh)

Nuova recensione di Ars Regia e Hell's Bells: la Cyrano Comics spopola sul web!

Miei onorevoli cavalieri d'argento e sbriluccicanti dame di corte buongiorno!

Oggi, tra colombe di zucchero e uova di cioccolato, voglio porre alla vostra attenzione una nuova recensione ad opera di CavernaDiPlatone degli spettacolari volumi Ars Regia e Hell's Bells, magnifiche  e promettenti produzioni marchiate CYRANO COMICS D.O.C.!

Orecchie ben aperte pertanto amici, Domenico Guastafierro vi condurrà nel favoloso mondo magico di Ars Regia e nel mondo delle armature scintillanti di Hell's Bells!


Colgo l'occasione per augurare a voi e ai vostri cari, da parte mia e di tutti i miei guasconi, una serena Pasqua e una frizzante Pasquetta!

A presto!

Vostro Cyrano

Recensioni Pop-Filosofiche: Sanctuary

Ecco fresca fresca per voi l'ultima recensione di Luca Cremonesi.. buona lettura!

SANCTUARY



"Negli scatoloni straordinari delle librerie dell’usato si trovano spesso perle: quindi, se vi capita di entrare in questi templi sacri, mai lasciarne uno privo di un vostro sguardo. Ed ecco, come per magia, una seria Manga completa, 12 numeri, tenuti bene (altro miracolo), editi al tempo dalla Star Comics (una garanzia, per anni, in fatto di Manga). Il tratto dei disegni, a prima vista, lascia desiderare: vecchio, per sintetizzare, datato, ricorda i Diabolik degli anni ’70, ma è un poco più dark, meno dettagliato e anche decisamente più kitsch. Eppure mi ricorda qualcosa e così via di ricerca internet alla veloce: Sanctuary di Sho Fumimura e Ryoichi Ikegami, considerato fra le migliori serie Manga di sempre e, soprattutto, la prima pietra miliare del cambiamento, il primo Manga cioè che ne trasforma il genere e lo fa crescere ed evolvere. Pubblicato fra il 1990 e il 1995 ebbe un successo enorme in Giappone. L’autore, Sho Fumimura, ha sceneggiato Ken il guerriero e ha una lista di Manga al suo attivo incredibile, insomma, è una vera star, anzi, uno dei grandi maestri del Manga che ne ha fatto la storia. Il fumetto uscì in Italia all’inizio degli anni ’90, praticamente in contemporanea con il Giappone, ma non ebbe da noi il successo che gli stava decretando il paese del Sol Levante. In Italia il Manga è stato inizialmente pubblicato dalla Granata Press fra il 1992 e il 1993 nella rivista “Zero Nippon Comix”, venendo però interrotto prima del termine della serie. Verrà poi ristampato integralmente dalla Star Comics nel 2000 all'interno della collana Point Break (e potete trovare questa edizione su e bay, a prezzi accettabili, oppure nelle fumetterie più fornite).

La storia è semplice: mafia giapponese (Yakuza) e politica, due topos narrativi fra i più abusati nella narrazione nipponica. I due protagonisti, Asami e Hojo, sono rispettivamente un giovane politico in ascesa e un giovane yakuza in carriera. Asami e Hojo dopo essere scampati alla guerra civile in Cambogia e aver fatto ritorno al loro paese d’origine hanno preso la decisione di cambiare e rinnovare il Giappone. Tale obiettivo è il loro “Santuario” e per riuscire a raggiungerlo intraprendono due carriere opposte, ma parallele: Hojo entra nella yakuza, mentre Asami cerca di far strada in politica. Quello che, all’apparenza, sembra un Manga banale di ambientazione mafiosa che ricorda, in parte, molti film di serie B, ma anche il capolavoro Brother di Kitano, in realtà è una storia attuale, ma soprattutto lungimirante in molti passaggi e,  a tutti gli effetti, un ottimo saggio romanzato di lettura della Globalizzazione che, in quegli anni, stava muovendo i primi passi. Attenzione, non è un fumetto politico, non ha slogan da lanciare e neppure visione del mondo da promuovere, è una storia molto realistica che descrive quello che era il mondo di allora, non solo il Giappone dunque, e che oggi può tranquillamente adattarsi a quello che l’Europa è diventata. Non è un saggio critico dunque, ma una storia che codifica quello che stava succedendo e che, puntualmente, è successo nel corso degli anni ’90.

Il primo grande tema di Sanctuary è lo scontro generazionale fra vecchia classe e nuova classe dirigente, quella cioè che si forma negli anni ’80, i meravigliosi anni dove nacque la modernità sotto forma di edonismo reganiano e individualismo yuppie. Mentre noi eravamo ingabbiati fra Drive In e Jerry Calà in Giappone e negli U.S.A nasceva una nuova classe dirigente che voleva emergere e lasciarsi alle spalle anni di lotte politiche violente che, di fatto, sembravano aver fallito su tutti i fronti. I giovani rampanti americani e giapponesi sognavano un altro futuro da quello degli anni ‘70 e lo volevano realizzare: il 2000 era la meta, l’obiettivo finale che avrebbe dovuto portare modernità, novità e stile di vita finalmente diverso, rinnovato. La critica, in sostanza, era la stessa che i giovani degli anni ’70 avevano fatto esplodere contro i padri, ma negli anni ’80 i metodi (e le finalità, ma ne riparleremo più avanti) erano ben diversi: non più le piazze e la musica (ed altro ancora), ma la cravatta, l’orologio sul polsino, la bella macchina, la new economy e il cinismo (e poco, poco davvero, altro). Era l’epoca di Wall Street e dell’affascinante Gordon Gekko dell’omonimo film (sappiamo, ora, dopo l’uscita del sequel la fine che ha fatto…), l’epoca in cui il denaro non dormiva mai, appunto… L’etica di Sanctuary è questa, come d’altronde la cornice, il contesto. La spregiudicatezza di questi due giovani è interessante anche perché è rivolta contro la Gerarchia dei vecchi padri, rappresentata da un anziano leader politico che non vuole mollare il potere, e contro l’ordine costituito da questi ultimi, visto come un enorme dinosauro ormai adagiato nella sua tana.

Fin qui tutto bene, se non fosse che l’operazione di critica passa attraverso un inscindibile legame fra mafia (malavita organizzata) e affari. Oggi è pane quotidiano, allora, forse, era cosa meno nota, tutt’al più trama buona per film americani e giapponesi, o per i romanzi di Mario Puzo. Si scopre che la nuova economia che sta nascendo, e che è diretta erede di quanto ricostruito e rinato dopo la Seconda Guerra Mondiale, è frutto di un legame inscindibile, quanto necessario, fra potere politico e malavita. Le ingenti somme di denaro versate dai governi vincitori (gli U.S.A. e gli alleati) per far rinascere le economie di cui avevano bisogno per continuare a far progredire le loro (arricchitesi dalla Seconda Guerra Mondiale), dovevano in qualche modo tornare in patria, senza il dazio delle tasse. Un movimento finanziario, insomma, camuffato da aiuto umanitario, che è la grande bolla economica che sorregge l’economia mondiale almeno fino all’attuale crisi iniziata nel 2009. Per far politica, infatti, servono ingenti risorse, molti denari, e solo la malavita è in grado di garantirli senza il rischio di lasciarli andare a “fondo perduto”. È significativo un capitolo dove il solito commissario di polizia sfigato si lamenta e grida in faccia al boss yakuza: “Come mai la gente onesta come me non ha soldi per vestirsi bene, mentre la gente come lei ha soldi per abiti meravigliosi, per macchine splendide e per donne che vogliono sempre essere scopate?”. Inutili i commenti, lo so, eppure se pensiamo agli anni in cui Sanctuary esce in Italia (1992 – 1995), alla forma di potere che stava crollando e a quella che stava nascendo, bhe, è facile intuire come mai questo Manga non ebbe il successo che oggi – se si vince lo scolio del disegno – avrebbe sicuramente. Insomma, a leggere Sanctuary Gomorra appare quasi banale (non me ne voglia Saviano, che gode della mia stima professionale e umana), ma questo è il prezzo che paga il fumetto in Italia: essere sempre considerato prodotto culturale di serie B.

Altro tema davvero ben sviscerato e, per certi versi, anticipato nelle sue caratteristiche principali è, come si diceva, quello della Globalizzazione. La strategia dei due giovani per il rinnovamento del paese è semplice (se letta oggi, con i nostri occhi quindi, e cioè con 20 anni di globalizzazione, di mondializzazione e di egemonia di liberismo made in U.S.A. alle spalle): trasformare la mafia yakuza in una struttura legale di potere e, quindi, fare dei suoi valori – rispetto, onore, parola data, fedeltà – i binari della nuova società e, soprattutto, dell’agire sociale, ma anche dell’economia. A questo si aggiunga il secondo tema - sembra che stia scherzando lo so, ma tutto questo si trova in un fumetto di inizio anni ’90 - da un punto di vista politico, infatti, la strategia dei due giovani consiste nell’aprire il mercato nazionale a capitali esterni e nell’aprire il mondo del lavoro alla manovalanza straniera, questo perché, sono parole di Asami quando deve convincere altri giovani politici a seguirlo, solo così – e cioè inflazionando il mercato del lavoro nazionale – sarà possibile spingere i giovani giapponesi alla precarietà e, dunque, al necessario sviluppo della fantasia per non ritrovarsi senza lavoro. Questi giovani dunque, prosegue Asami, spaventati dall’assenza di lavoro e di futuro, si rifugeranno in valori tradizionali vecchia maniera di cui il nuovo Giappone ha tanto bisogno. Vecchi valori, dunque, che vanno rinnovati senza essere traditi: ecco la differenza fra i giovani rivoluzionari anni ’70 e i giovani rampanti anni ’80, un tradizionalismo che va preservato contro una vera volontà di rinnovamento che, purtroppo, era ormai fallita. Sembra uno scherzo, lo so, ma credetemi che tutto questo è la trama principale di Sanctuary, e cioè l’ascesa politica di Asami in seno alla vecchia politica tradizionale del Partito Liberale, forza maggioritaria in Giappone, ma anche la spinta che muove Hojo a voler cambiare la struttura della Yakuza, la quale deve – afferma il bosso – vivere alla luce del sole, fra le persone, nel mondo normale ed essere rispettata come ogni altra attività. Il tutto si sviluppa con un intreccio narrativo davvero accattivante e coinvolgente, degno dei migliori mafia thriller di questi ultimi anni. Una trama così articolata e complessa l’ho ritrovata solo in Death Note. I due filoni della storia, la vicenda politica di Asami e l’ascesa nella Yakuza di Hojo, proseguono parallelamente fino a quando, ed era inevitabile, viene scoperto il loro legame e il loro piano viene alla luce. Sarà il vecchio leader politico, l’antagonista di entrambi, che scoprirà tale legame e il finale è un crescendo che credo sia giusto lasciarvi scoprire negli ultimi due albi, davvero  molto interessanti che vi inchioderanno alla poltrona (o dove siete soliti leggere i fumetti).

Oggi - è cosa nota a tutti - il Manga è un genere letterario specifico all’interno del mondo variegato dei comics, proprio come accade per la Graphic Novel. Sanctuary ha il pregio di essere stato uno dei primi prodotto culturali a decretare la svolta e ad aprire la strada a questo genere particolare di letteratura per immagini. Non credo verrà mai ristampato per via dei disegni, ed è un peccato. Non resta che scavare negli scatoloni dell’usato o fra le inserzioni di ebay. Buona fortuna…"


PLUTO - Il manga che pensa al futuro

Ecco per voi, solo per voi, esclusivamente per voi, in offerta speciale, la nuova recensione del nostro Luca Cremonesi :) buona lettura...



PLUTO – Il Manga che pensa al futuro


di Luca Cremonesi


Nell’ultimo numero della nostra rivista cactacea – Comics Factory – mi sono occupato del comics “Tron”, versione ufficiale del film “Tron – Legacy” – pellicola attesa più di Avatar, con trailer messi in onda già nel 2009 – diretto da Joseph Kosinski, sequel di Tron (1982). Il perché è semplice: sulla carta doveva essere l’evento cinematografico dell’anno. In realtà non ha creato scompiglio ai botteghini, ma neppure ha dato vita a quel fenomeno che rende “cult” una pellicola. I perché sono molti: non è piaciuta la storia, il film è sbrigativo, pochi hanno visto o ricordano il primo, la storia non cattura e così via… Si salva la colonna sonora, bellissima, opera dei Daft Punk. Tutto questo è, senza dubbio, vero. Eppure sulla carta Tron – Legacy voleva essere un film mainstream e la Disney ci ha investito parecchio, ma nonostante la potenza di fuoco del marketing della fabbrica dei sogni, non ha sfondato. Alle valide e sensate motivazioni tecniche (sulle quali non metto parola), Tron – Legacy mostra chiaramente il limite della nostra epoca e, soprattutto, del nostro tempo (per non parlare dell’italietta): l’incapacità di pensare il futuro. Nelle recensione cartacea sostengo (a film ancora non visto) che il comics è brutto (sintetizzo), incapace di rendere giustizia a quello che, in teoria, avrebbe dovuto essere e dire il film. Da qui vorrei partire – quindi concedetemi una lunga divagazione – per arrivare a parlare del manga “Pluto” di Naoki Urasawa e Takashi Nagasaki, edito da Panini Comics, miniserie di 8 numeri (conclusa), una nuova visione di “Astro Boy Il più grande robot del mondo”, manga cult per un’intera generazione di giapponesi, ma non solo. Procediamo con ordine e con calma, non ci manca spazio e non ci manca tempo.

Nel 1952, sette anni dopo della Guerra, la casa editrice Mondadori lancia Urania, una collana di romanzi e una rivista, ispirandosi per il nome alla musa dell'astronomia. La rivista finisce le pubblicazioni dopo 14 numeri, ma il nome rimane legato ai romanzi, che invece incontrano subito i favori del pubblico: il primo è Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke, che esce il 10 ottobre 1952. Fu un successo senza eguali e a fantascienza divenne un genere di massa. Stessa cosa negli Stati Uniti e nel resto d’Europa, dove iniziative simili a quella di Mondadori portarono nelle case di tutti libri su un ipotetico futuro. I filoni erano differenti: si andava dal catastrofismo alle malattie, dalle mutazioni genetiche ai virus, dallo sterminio alla dominazione, dall’esplorazione di nuovi mondi agli alieni. Tutto questo figliò serie TV (da Spazio 1999 a Star Trek, per citare le più famose) e film capolavori (da Il pianeta delle scimmie a Star Wars su fino a Blade Runner). La fantascienza, insomma, da un genere di narrativa popolare di successo, le cui radici sono nel romanzo scientifico, si è presto estesa agli altri mass media: cinema, fumetti e televisione. Fu, letteralmente, una moda, ma anche vera contro-cultura che parlava dei rischi dell’iper-sviluppo tecnologico che il mondo intero, dopo la fine del Conflitto Mondiale, si trovava a vivere. La Guerra Fredda (USA vs URSS) diede nuova linfa e il rischio atomico nuovi temi e nuove frontiere. Poi arrivò il computer e l’idea di rete: altro carburante alla macchina con nuovi film (War Game, Tron e così via), nuovi libri (Il neuromante su tutti), nuove serie TV (Automan, i sequel di Star Trek). Poi arrivarono gli anni ’90 e la tendenza si invertì: la fantascienza era nelle case di tutti con il pc, i cellulari, le comunicazioni satellitari, le astronavi. Il 2000, anno fantascientifico per eccellenza, non cambiò il nostro mondo, anzì, lo fece regredire: dalle macchine volanti sognate e immaginate si passò a gruppi di fanatici religiosi che scappano in moto; a gente che si raduna per feste popolari; a credenze e credulità per maghi, dei e santoni; a forme diffuse di superstizione (il 2012, il Graal e l’astrologia) e, infine, a un esasperato localismo che è tutto fuorché voglia di esplorare nuovi pianeti, nuovi mondi e nuove razze marziane che si trovano “la dove nessun uomo è mai giunto prima”.

Il fallimento di Tron – Legacy mostra chiaramente come, da un lato, non siamo più capaci di pensare il futuro (cosa che invece riesce, e molto bene, ai Daft Punk nella colonna sonora) e, dall’altro, come la fantascienza, oggi, sia ormai incapace di essere il linguaggio portatore di questa potenza. Di fatto, dunque, non è solo questione che viviamo il mondo immaginato da quegli autori, ma che non abbiamo più alcuna capacità di immaginare il futuro - infiniti futuri - perché, è chiaro, ne abbiamo paura, non lo vediamo più come una certezza e, soprattutto, non investiamo nel suo imminente arrivo. Nel film c’è un passaggio chiave. Il padre, imprigionato nella rete da 20 anni (quindi dagli anni ’80, non a caso) chiede cosa è successo nel mondo reale. Il figlio risponde ed elenca le tecnologie che il padre può apprezzare: internet, accesso gratuito, wi fi, cellulari. Il padre risponde: “Sono cose che già progettavo nel 1985, niente di nuovo”. Appunto.

Il Tron del 1982 è un film di speranza: sconfiggere la perfezione e la rigidità del Sistema (non a caso) per ridare vita, gioia e futuro. Tanto che il protagonista tornerà – lo scopriamo solo nel secondo – nella rete proprio per costruire un nuovo mondo. In Tron – Legacy l’obiettivo è tornare a casa. Il figlio rivuole suo padre, per vivere finalmente una vita felice, tranquilla; vuole ricreare il nucleo famigliare. Ci riuscirà con… bhe andate a vederlo, ma è emblematico. Di fatto: è il passaggio di testimone, ma per una vita tranquilla, non certo spericolata (Tron è dell’82, come la canzone di Vasco appunto…). La vita tranquilla – cantata da Tricarico, giustamente più volte sfottuto da Vasco nei live – è quanto sa offrire oggi la fantascienza, o quanto resta di essa. Non è un caso che il massimo del genere, oggi, sia il ritorno al passato con la conseguente ricostruzione fedele di quello che è stato: ambienti, valori, tecnologie e situazioni. Si ambisce a un ritorno, fantascientifico, al passato: zero rete, zero tecnologie, cibi sani, film puliti, libri chiari, storie semplici, valori della terra, Dio, Patria, Famiglia.

Tron – Legacy fallisce come film fantascientifico perché non è più fantascienza classica – e dire che ci sono due idee molto interessanti che si potevano sviluppare sul modello di Matrix e Avatar: mi riferisco al problema delle ISO e all’idea di Perfezione esasperata che nascondono il desiderio di stabilità e immortalità. Tron – Legacy, invece, è un film che ci dice quello che siamo oggi.: falsi santoni che, come il protagonista, vogliamo stare fermi, “perché questo è l’unico modo che abbiamo per battere il Sistema. Non dobbiamo giocare con lui”. Se la soluzione alla crisi umana, sociale e civile in cui siamo è lo zen, bhe… che la crisi ci spazzi via!

Di tutt’altra natura è, appunto, il manga “Pluto”, un eccellente prodotto, un ottimo fumetto, una storia bella e potente, che cattura pagina dopo pagina, lentamente.

Pluto” è il seguito ideale di “Astro Boy”, scritto da Osamu Tezuka, uno dei manga cult per eccellenza, che ha dato vita, come da buona tradizione giapponese, alla versione anime e a varie pellicole. In “Pluto” si narra una vicenda laterale, un seguito ideale, che ha fra i protagonisti Atom, il robot appunto di “Astro Boy”. Uno spietato assassino, robot ovviamente (Pluto), sta uccidendo tutti i sette più grandi e forti robot del pianeta. Le indagini sono affidate all'ispettore Gesicht, uno dei sette di cui si diceva, nonché membro dell'Europol. La vicenda è un crescendo con toni che avvicinano la storia al genere thriller più che al giallo e al noir, pur se i tratti di questi non mancano. La fantascienza la fa da padrone nell’ambientazione della vicenda perché, di fatto, i crismi e i topos del genere non invadono in modo massiccio quanto narrato. Si tratta di una storia di chiara matrice fantascientifica, ma è anche e soprattutto un ottimo thriller che tiene la tensione fino alla fine e che lega il lettore alla vicenda. Se la storia è lineare e chiara (tutt’altra risma da “Death Note” per intenderci) allo stesso tempo la trama si sviluppa con colpi di scena che sono ben disseminati in ogni singolo volume (è pur vero che in origine il manga esce in rivista, a puntate, ma le svolte sono ben calibrate anche nei volumi che raccolgono la storia completa). Tutto questo fa di Pluto” un ottimo fumetto, un’ottima storia che ci racconta un’immagine positiva e viva del futuro, cosa che, come abbiamo detto, non è stato in grado di fare “Tron”.

Se vogliamo continuare nel gioco dei paragoni, “Pluto” richiama la pellicola “Moon” del giovane Duncan Jones (il figlio di David Bowie), un film straordinario che ha un poco riacceso le speranze in ambito fantascientifico. Se togliamo “Avatar”, fantascienza di massa, il genere, nel cinema, è ai minimi storici. Sono lontani i fasti di Star Wars (che non a caso viene riproposto ormai in tutte le salse, dai cartoni animati alle parodie dei Griffin, dai cofanetti con pochi secondi inediti, alle versioni blu ray) e di Star Trek. Non sta meglio la letteratura dove ormai neppure le grandi case editrici investono nel genere (l’unico romanzo degno di nota è Flashforward), per non parlare delle serie tv: terminata “Battlestar Galactica” resta il deserto, con il faro del remake de I Visitors, ma poca roba. Nel mondo del fumetto, invece, sopravvive il genere e l’ambito manga si presta, da sempre, ad essere un’avanguardia. È ovvio che oggi le prerogative della fantascienza sono altre da quelle degli anni ’60 e ’70, quando la corsa alla Luna, ma anche semplicemente a lanciare oggetti di metallo pesante nello spazio, era la prassi di un modo di vedere il futuro: viaggi, nuove frontiere, confini infiniti, mondi da esplorare, genti diverse da mescolare senza il terrore dell’altro invasore (pur se, va detto, l’alieno è comunque sempre stato il “cattivo” per eccellenza). Ma lo spazio infinito non era solo nelle distanze siderali, ma anche quello presente qui sulla terra, quello che intercorreva fra uomini e donne schiavi del dominio tecnologico – a ben vedere, oggi, non siamo molto distanti da quegli scenari, l’unica vera differenza è che ad oggi, forse, le macchine non sono ancora dotate di propria volontà (word a parte…). In “Pluto” i robot sono dotati di volontà, ma anche di umanità: sono in grado di camuffarsi fra gli umani, ma anche di vivere a stretto contatto con loro, provando, in molti casi, emozioni e sentimenti umani; mangiano, bevono, non sentono i sapori, ma di fatto conducono una vita “umana”. Il problema è che l’umanità dei robot è priva (ma sarebbe corretto dire che è “privata”) – e questo è davvero l’elemento geniale del manga – di alcune passioni proprio quelle che rendono l’uomo, di fatto, non programmabile (e, quindi, non un robot). Se il robot può, e deve, essere programmato, anche e soprattutto seguendo le fondamentali leggi della robotica di Asimov (non c’è fantascienza buona se non ci sono le leggi della robotica, non c’è santo che tenga, sono un’idea geniale e basta), l’uomo invece è libero, come ben sappiamo, di leggi che lo programmano non ce ne sono, tutt’al più, ci sono norme che limitano e correggono, ma non che pre-esistono e pre-comprendono (tanto che l’uomo, se vuole, può anche decider di togliersi la vita). Se la presenza delle leggi, dunque, garantisce il controllo dei reati, ma soprattutto delle azioni delle macchine, il fatto però che queste possano provare emozioni implica che le possibilità d’azione di queste macchine si allargano, e fin qui nulla di nuovo, perché appunto permane pur sempre il controllo garantito dalla legge. Il problema è l’imprevedibilità che eccede la legge e che entra in gioco quando, nella programmazione, è inserito l’elemento caotico per eccellenza: le emozioni, le passioni umane (molto interessante, da questo punto di vista, il remake attuale dei Visitors, dove i gelidi e cinici visitatori sono contaminati dalle passioni umane; un tema, questo, caro anche a Star Trek e al dottor Spock ovviamente… ma in quella fase storica era la razionalità e il conseguente pragmatismo ciò che doveva emergere, e questo è possibile solo se si eliminano le passioni umane, come appunto accadeva nei “fratelli” vulcaniani; negli attuali Visitors le passioni umane rendono meno spietati i visitatori, li avvicinano a noi umani, li rendono più – banalmente - buoni e comprensivi verso la nostra gente, più simili a noi, all’idea di quello che vorremmo essere, eliminando così la diversità, la peculiarità dell’essere altro).

Cosa accade se, come in “Pluto”, la purezza di questa etica controllata e disciplinata dei robot è intaccata da un sentimento “umanoide” quale, ad esempio, l’odio? Che le carte si scompaginano al volo, proprio come quando si è in preda all’odio… più ancora che all’amore, senza dubbio; perché se nell’amore c’è una tensione all’alto, all’ordine, alla ricerca di ciò che si desidera di più (con relativa volontà di possesso anche in eccesso), nell’odio prevale, invece, lo scompaginare le carte, il metter tutto a repentaglio, la creazione del caos randomico che porta alla totale imprevedibilità (ben inteso, è un modo di vedere il caos che ha come polo positivo l’ordine). Ecco che i sette robot di “Pluto” sono tutti eroi più che positivi, portatori di buoni sentimenti, di amore per il prossimo e di sostegno per l’umanità. Il piano è quello di eliminare, con un robot più potente, perchè carico d’odio (ma solo quello, come sentimento predominante), tutti e sette i preziosi ed unici robot. La loro potenza è nei buoni sentimenti che rappresentano e che incarnano; ma ormai – è cosa nota – è l’epoca del “lato scuro”, del dark side, del cavaliere oscuro, che ha eliminato quello azzurro che arrivava sul bianco cavallo e ripristinava il bene cacciando il male. Ora è chiaro a tutti che la rabbia e l’odio non conducono più solo e semplicemente “al lato oscuro” (come teme il maestro Yoda), ma sono ciò che ci più ci caratterizza e che ci permette di essere umani, finalmente solo umani, con macchie e peccati. Finalmente, lo ribadisco!

Chi lotterà contro Pluto? Atom, “l’Astro boy”. Ucciso in un primo tempo, il bambino robot famoso per la sua bontà e umanità, si risveglia (non era morto del tutto insomma, è pur sempre un robot…), ma qualcosa è cambiato… per essere più potente e per essere completo – non è un caso che venga utilizzata proprio questa parola – aveva bisogno dell’odio! Questa aggiunta è ciò che lo rende diverso, non più innocente, ma di sicuro più potente, ben più di quanto ci si aspetti. È la fine dell’infanzia, non solo reale, cronologica, ma anche esistenziale: il bambino diventa uomo, adulto, contaminato... Ma è anche la fine della fantascienza classica, bene contro male, buoni contro cattivi e si apre anche qui, finalmente, il rinnovamento che porterà, si spera, alla maturità di un genere ormai abbandonato, forse perché rimasto troppo infantile per un mondo e una società non di certo adulti, ma cambiati e mutati rispetto agli anni ‘70 e ’80, grazie anche e soprattutto a quel genere che ora ha necessità di rinnovarsi. Pluto, dunque, è un passaggio importante in questa direzione, Tron Legacy no. Pluto innova, Tron Legacy conserva.